Riflessioni dal turno

il silenzio dopo il turno

Ci sono turni che passano lisci.

Altri che restano addosso anche quando la divisa è già appesa.

Oggi è stato uno di quelli.

Non per cosa ho visto, ma per cosa ho sentito.

Lo sguardo di chi non riesce a parlare, ma dice tutto.

C’è un momento, alla fine di ogni turno, in cui il mondo sembra smettere di fare rumore.

Hai ancora addosso l’odore dell’ambulanza, il peso delle sirene nelle orecchie, le voci concitate, le mani che stringono, gli sguardi che implorano. Ma intorno a te è tutto fermo. Nessuno che grida. Nessun allarme. Solo il battito lento del tuo cuore che si accorge di essere stanco.

È in quel silenzio che mi sento più solo. O forse, più vero.

Non è tristezza, non è neanche pace. È come se ogni emozione del turno si mettesse in fila per farsi sentire una alla volta. Quella signora che mi ha sorriso mentre tremava, la ragazza che urlava dai dolori, il collega che mi ha sfiorato la mano e mi ha detto “ci sei?” con gli occhi. Ci sono. Ci sono sempre. Ma dopo, quando tutto finisce, chi c’è per me?

E poi ci sei tu. O meglio, l’idea di te. Quella che mi resta appiccicata addosso anche quando non possiamo parlarci. Anche quando facciamo finta di niente.

Nel silenzio dopo il turno, sei la voce che non sento ma che vorrei. Sei il messaggio che non mando. Sei il finale che so già come andrà, ma continuo a riscrivere in testa ogni notte.